Saturday, November 14, 2009

NON SIEDO PIU'


Restavi in silenzio
Oppure ridevi
Ed io
Mangiavo di te
Carne bianca come il latte
Bevevo di te
L’acqua dei tuoi occhi
E sentivo
Tutto il dolore del mondo
In un solo tendere delle braccia
Ora sei
Un pensiero
Più lontano
Più forte il sentire di te
Dalla testa
Al petto
E non mangio
E non bevo

Friday, July 24, 2009

VIA


Andiamo via
Come fa chi chiude
E va via
Via andiamo
Come i pazzi quando partono
Come Gli ubriachi
sotto i lampioni Vanno via
Andiamo via
E non faremo più l’amore
Non cucineremo più
Gli avanzi
di altre vite
Andiamo via
E ci perderemo
Per Poi ritrovarci
E piangeranno le luci
I muri torneranno nuovi
E non correremo più sulle scale
Altra gente su queste scale
E farò così
lascerò una tua foto
Nel cassetto più in basso
Perché tu possa ritrovarla
Quando di notte
Volerai nel sogno
per tornare Qui
lasciando
L’impronta del tuo seno caldo
Su questo sudario
Un ultima volta.

Wednesday, June 03, 2009

SENZA SAPORE


Senza sapore
non ha odore
Ne colore
Ne mani

Senza sapore
su un pavimento più freddo
Sudato di anni
Ghiacciato da un vento
Triste

Senza sapore
Divoro la vita
Come un cieco l’aria
Senza più nulla
E’ Tutto davanti

Di invidia ricopro il mio viso
Così resto
senza sapore
Sgomento e calmo

Ripenso
A un senso di me
Possibile
Necessario

Chiudo il mio corpo
E aspetto di riaprirlo

Durerà solo pochi attimi
E saremo felici
Con il naso inebriato
Da un altro tramonto.

Friday, May 01, 2009

DUE DONNE


Due donne

dal loro ventre nasce il mare
i piedi nella terra
rimestano con rabbia
per cercarsi
senza parlare
e si trovano piu in la
dove la linea finisce
si ricordano
di essere sempre state perse
e questa mattina non ritroveranno
forse nulla
ma secoli
forse altro
piedi sputi e capelli
di altre donne prima di loro
questo troveranno
e io posso solo
rubare la loro forza
solo pensarla posso
grazie donne sconosciute
madre e figlia
sorelle nel dolore
divise
nella vittoria
che è sempre stato così
da sempre
e sempre continuerà
in questa terra
dove il silenzio
del vento
porta parole
che ti rodono dentro
e non puoi fare altro che vivere
senza neanche avere la speranza
di morire
non si muore mai
di mattina col sole

Friday, April 10, 2009

ENVER


Vorrei tagliare la barba che ha baciato il tuo sesso
Vorrei strapparmi i capelli di dosso

per non pensare alle tue mani
sarebbe meglio
Col freddo che fa
qualcosa che non potrà mai esser vera
Perché morta, dura, persa, falsa,
si affaccia come la spuma dell’onda
e poi ti riporta giu
dove rimangono tante lucciole

come fiocchi sui tuoi capelli
che son mare, mare nero
e rimane il profumo di una felicità,
FELICITA’ comprata al kilo per pochi soldi
felicità che si mangia , nelle mani fredde e vive
davanti a palazzi come incrocio di vite
doppio sogno
triplo salto mortale
la felicità che si racconta sempre male
perché non ha padrone
lei
si consuma
mentre
se ne va
il pensiero che si insinua come il natale tra gli scaffali
sarebbe meglio tacerlo
ricominciare da dove si era lasciato
lasciar perdere
non pensare
perché è vietato sbagliare
se ci è concesso
è solo per causa d’amore

L'APE REGINA


Che la primavera è soltanto un estate un po più fresca
Pensavi
e speravi arrivasse
Mentre chiedevo se Ti avvolgeva una canzone
Se Riuscisse ancora O fosse mai riuscita
A toccarti il ghiaccio che ti sta sotto la fronte
È ci è riuscito invece
dietro le spalle
su di un divano
Qualcuno a dire di te
Parole rivolte a un pianoforte E un cappello ascoltare
Dire altro di te
E poi aprire uno squarcio
In pomeriggi e serate
Buie
E i messaggi
Sono passaggi di dita Laccate rosso
Sguardi interessati
Quando non c’ero
E non c’era
Altro da fare che
Aspettare qualcuno
E qualcosa era già abbastanza Piena
per poterla Toccare
Distrattamente
Come se fosse una gatta
Morta in Africa
Di solitudine e immoralità.

LA SIGNORINAEFFE


chi sei tu
Brutta, capelli selvaggi
bella, come la macchia nera
macchia di corbezzolo
gusto amaro e aspetto dolce
chi sei tu
io che non te l’ho mai chiesto
che non sai chi sono io
se ho pianto, amato
se posso toccare il tuo viso
ed esserne fiero
capace?
Una voce che non sembrava
Per niente
Tua
La sento chiamare
Un impegno visto in tv
Che ti fa commuovere
Pochi ma buoni I tuoi scudieri
Tu triste Come una gatta
Svogliata
Sai d’inchiostro E liquirizia
E non sei un sapore nuovo
Ma sei un altro sapore possibile

Monday, September 15, 2008

GRAZIE !GRAZIE !GRAZIE !GRAZIE!


QUESTO E' SOLO PER TE

CHE MI HAI INSEGNATO AD AMARE LA MATTINA IL PANE CALDO E LA MALINCONIA

Tuesday, July 29, 2008

UN RACCONTO BREVISSIMO


-Grazie non posso- disse imbarazzata.
Poi, con un misto di orgoglio e rassegnazione, aggiunse- E’ per via del fegato, sai, stava quasi per esplodere anni fa.
E’ stata una brutta allergia, rarissima.
Quel che si offre non si rifiuta, Laura Sarai, e tu dovresti saperlo meglio di tutti.
Le lisse avevano deciso di fare le ore piccole quella notte e saltavano talmente veloce che l’unica cosa che sentivi era il rumore tonfo, sordo, eppure morbido, dell’acqua, e non riuscivi mai a vederne uno.
Ed allora mi sembrava di vederla “l’allergia” di Lauretta Sarai, vezzeggiativo di Laura, ballare su piste di coca e montagne di pastiglie, ancorata ad ogni collo di bottiglia, come in battaglia, fino allo svenimento, come quando dai un bacio dopo l’amore e stai per crollare che le braccia non ce la fanno più a restare avvinghiate alle spalle dell’amante.
Poi dovrebbe essere stato solo il buio per te, la casa e l’anoressia, la risalita e la rabbia devono essere venute dopo.
Il fantasma di tuo fratello attaccato ad ogni goccia di sudore, ad ogni preghiera e bestemmia, ad ogni pensiero di morte.
Un odio disconnesso deve averti tenuta in vita, un orologio molle che segna sempre l’ora sbagliata, o forse tuo fratello si ricordava di quella bambina si sette anni e non voleva un adolescente intossicata come compagna di viaggio.
Il giorno dopo non ritornammo, ma lo stesso non lo posso giurare per lui.
Abbagliato da quei silenzi, assordato dalle movenze lente e svogliate di quella creatura surrealista , non riuscì a fare altro.
E non gliene potevo fare una colpa.

Monday, July 21, 2008

TORINO: elogio della lentezza e della forza di una città del Nord


Torino è un luogo regale eppure arrangiato.
L’ ex capitale del regno, l’ex capitale industriale del paese appare oggi come una di quelle mogli che dopo il divorzio decidono che è ora di contare su se stesse, di fare con quello che si ha, di ricostruire dalle macerie, di esaltare le proprie risorse ed iniziare a sorridere ai tanti uomini che le si porgono dinnanzi.
Torino a me sembra così: un ex moglie che riprende a vivere, col sorriso un po’ sofferto e il pensiero rivolto alle ferite ancora aperte lasciate dagli anni, quando tutto era diverso, e sente il rammarico, sente la nostalgia, ma anche un senso di liberazione.
L’industria l’ha tradita, Milano le ride alle spalle, come si fa nei quartieri dove si sparla di tutto e di tutti, il quartiere del Nord guarda a lei con un po’di pena, ma lei non si cura di loro e passa.
Torino è l’immagine di una donna forte e fiera che ha voglia di ricominciare.
E’ una vecchia signora che si fa ragazza, strega buona del Nord.
Torino parla mille lingue e ama a dismisura i dolci
E’un pochino fredda ma sorride sotto il ghigno, ha una sua ironia.
Torino è serena ed è sorprendentemente e piacevolmente lenta.
Sarà forse perché è estate ed ha caldo e i vecchi prendono il fresco in Piazza San Carlo e si chinano allegri sulla fontana, quella col toro che a lì significa refrigerio e freschezza, e tutto assomiglia ad un paese del Sud.
Torino balla sotto la pioggia in un parco che profuma di buono: ed è come se fosse carnevale.
E’ pacata , precisa, gentile, cerca di nascondere felicità e dolore dietro un pollice alzato a dire: tutto ok.
E’ così ottimista che quando ti da delle indicazioni per strada dimezza i tempi, che tanto c’è solo un corso da fare, ma quel corso equivale a molti chilometri e tu arrivi a destinazione maledicendola e ridendo.
Torino ama i giovani, forse perché gli ricordano un passato carico di speranze e gli rammentano che tutto è ancora da costruire, che c’è ancora tanto da vivere.
Non è spendacciona ma sa godersi la vita.
Torino non aspetta più, rincorre un sogno, lo cerca nelle luci appese ad ogni angolo di strada quando è inverno, in una fantastica illusione in celluloide, in due uova cibernetiche che ti dicono che è già il futuro.
Il Po è sempre li e le sorride placido quasi a dire: torneremo a scorrere.

Tuesday, June 24, 2008

LA CONDIZIONE DI UN FILIPPINO


La condizione di un filippino
è vita vera governata dai ritmi di un corpo dell’altro secolo
la condizione di un filippino è una notte insonne
è un pasqua a scartare uova comprate in stock
la condizione di un filippino è un posto in disparte a un funerale
è una lacrima che si ha pudore di far cadere
è una risposta che si conosce meglio di tutti
la condizione di un filippino è precarietà legata, piegata al volere di dio
è un nome che si prende in giro la domenica tra il vino e il secondo
è una pelle stanca, pelle di nicotina col sorriso da indio
è una solitudine che diventa utile
le albe passate a sentire un respiro
è un gap di secoli di industrializzazione pagato caro
siamo noi
veneti di cinquanta anni fa
con le comiche, e i grembiuli ricamati
la condizione di un filippino è una busta d’acqua in cartone
un film neorealista che ci si potrebbe sbancare il botteghino
E’ una vita sprecata
trasformata
frastornata
derisa
eppure eccola!
Ci giudica
E ne ha il diritto
E ne ha la forza
E adesso cerchi di nasconderla
Perché puoi
Ma tornerà
Nei vostri rossi pregiati
In un pigiama troppo ruvido
Per sembrare
Vivo
Ora!
Ora!
Ora!

STANZE PRIVATE


Si chiama “Stanze tirate a lucido” l’ultima fatica della compagnia “Lucido Sottile”, in “mostra” all’interno dello spazio museale “EXMA” di Cagliari, tuttigiorni esclusoilunedì, fino all’otto di Luglio.
Una mostra che non è una mostra.
Un installazione che non è un installazione.
E non soddisfa la definizione di teatro.
Un viaggio invece.
Un viaggio attraverso gli inferi del proprio spazio privato.
Sette stanze come sette ritratti di altrettante esistenze.
Sette è un numero che fa pensare alla numerologia sacra.
La concezione che muove questo viaggio in qualche modo pensa agli ambienti come a sette gironi danteschi:tutti rappresentanti a loro modo di un “peccato” di vivere, inteso in una concezione psicologica di perversione esistenziale più che religiosa o morale.
C’è infatti qualcosa di Dantesco in questo viaggio, un Caronte grottesco che ha le sembianze di un improbabile cameriera guida lo spettatore e ne è in qualche modo il tutore.
Esso è anche il medium ce ci permette di avviare la connessione alle stanze, modem grottesco e surreale.
Una riflessione che gioca sul dualismo privato-segreto e pubblico-visibile attraverso una riflessione sul social network..
Gli spazi sono costruiti come pagine di myspace: irrisolti, ambigui, gli allestimenti celano una verità che la performance svela.
Non c’è verità negli allestimenti, perché la vita è più reale degli oggetti che contiene.
Gli strumenti espressivi, i linguaggi si confrontano, si scontrano, si contraddicono:c’è la musica, l’arte applicata, il design, la danza, la performance teatrale in un lavoro corale che ha coinvolto un numero considerevole di artisti provenienti dalle più disparate esperienze.
Questo lavoro a più livelli esprime tra l’altro la dimensione di un villaggio globale dove tutti siamo parte del discorso artistico anche per il solo fatto di esistere e operare.
La volontà di sfruttare una dinamica situazionista appare chiara almeno quanto i giudizi contrastanti che si possono raccogliere nei dibattiti a capannelli che si istruiscono appena ci si riappropria dell’aria del giardino: molto prevedibili, molto coinvolgenti, molta gazzosa, molto figo.
Le Nostre, che pare non amino le mezze misure, pensiamo abbiano raggiunto un obiettivo già di per sé considerevole in una città che ha bisogno di un vero dibattito culturale almeno quanto ha bisogno dell’aria di mare nei polmoni per non morire di asma e di noia.
Alla fine si esce (passandoci attraverso) da una vagina (insanguinata?), nel senso letterale di una figa (insanguinata?) e nel senso più metaforico di sublimazione dell’atto artistico ormai consumato, con dolore, la connessione madre, l’atto di creazione per eccellenza.
Insomma si va per vedere ma alla fine si finisce sempre per fottere.
Solo che questa volta fa un po' male e ci si perde la verginità.

ALLE ARMI!


Un aria strana pervade le schiere ridenti del POP nell’epoca myspaciana nell’anno 2008.
Ed è già da un po’di tempo a questa parte.
Nel belpaese i Baustelle pubblicano il loro masterpiece tutto fiati archi saturi saturi, un disco che non ti aspetti.
Ci sembra che qualcuno abbia dato il tana liberi tutti, perché i produttori e i gruppi di mezzo mondo hanno liberato energie represse e fondamentalmente, diciamolo, se ne fottono.
E Finalmente, diciamolo a voce anche più alta, si cerca di imporre un suono invece di assorbire dalla strada, dalla disco, dai ghetti, dalle subculture metropolitane come è stato dalla metà dei ‘90 in poi.
Niente da rinnegare, intendiamoci, ma siamo felici che la canzone leggera, il pop, la canzonetta direbbe Bennato, abbia riacquistato fiducia in se stessa, nella libertà che le è propria e nelle proprie possibilità, in quanto strumento culturale, di fare massa.
Ed ecco che si inserisce in questo rinascimento, splendente e sentitissimo, il nuovo disco dei Coldplay.
Finiti nel piacevole ma scontato stereotipo del suono coldplayano con X&Y, sembrava dovessero rimanerci per un po’.
Invece ecco“Viva la vida” cantare l’inno della libertà musicale ritrovata, della vittoria che guida i musicanti alla presa della Bastiglia, industria afasica e prevedibile.
Non è casuale che proprio in questa fase i Nostri abbiano rischiato la rottura con la loro etichetta, la EMI, dimostrando in misura evidente che il rapporto tra produzione industriale e artistica è fatto di intrecci a doppio filo, e che l’occhio che percepisce l’immagine su MTV evidentemente non è ancora in grado di mettere i tappi dentro le orecchie che devono ascoltare.
L’industria esige lo stesso prodotto e non sempre è disposta ad accettare le piccole virate che possono disorientare il pubblico ammaestrato.
Non si pensi ad una rivoluzione d’Ottobre.
I riferimenti musicali di questo disco sono nuovissimi quanto le scarpe delle nostre nonne, quelle in vernice col tacco, che pare vadano fortissimo questo anno: ci sono gli Smiths che non ti aspetti, un po’ dei Roxy Music che ti aspetti, gli XTC, e poi c’è il soul e ti lascia felice come un ragazzino sulle autoscontro.
Chi non ha mai amato il gruppo inglese di certo non inizierà a farlo adesso.
Eppure si respira un aria di libertà: c’è il gruppo, ci verrebbe da dire, un collettivo in sintonia e ritrovato che riesce ad elaborare il tutto con piglio sentito, sincero e personale: il lavoro di Eno alla produzione si sente quel tanto che basta a far sembrare i Coldplay un altro gruppo
Le ritmiche sono serrate.
La voce di Martin è più ruvida, espressiva, viva: poco prodotta o forse molto prodotta da sembrare il frutto di una registrazione in presa diretta.
I Coldplay hanno tenuto a precisare di essersi prodigati nell’ esperimento dell’esecuzione in presa diretta “suonando tutti assieme l’uno di fronte all’altro nella stessa stanza come un vero gruppo”.
La freschezza del suono sembrerebbe confermare questo orientamento.
Tranquilli non è la rivoluzione d’Ottobre, tutt’ al più è giacobinismo, rivoluzione liberale e borghese.
Ma alzi la mano chi, fin dalle scuole elementari, non ha fatto il tifo per Massimiliano Robespierre.



Friday, January 11, 2008

PRIMA IL CAMBIAMENTO CULTURALE, POI L’INDIPENDENZA.


E’ incredibile la scena che si è dipanata agli occhi dei sardi e del mondo ieri sera, giovedi’ 10 Gennaio, al Porto Canale di Cagliari.
Non stupisce affatto l’opportunismo schifoso dei vari Mauro Pili, Mariano Delogu e compagnia bella, quelli che, 2 chili di immondizia no, ma, fumi di acciaieria cementificazione delle coste e perfino scorie nucleari! Si’.
Insomma i sopracitati sono fermamente contrari a qualunque operazione non comporti una qualche vera ed effettiva distruzione del territorio sardo e un qualche guadagno per gli amichetti colonialisti di Milano, Brianza e dintorni.
Quello che dispiace è che il movimento indipendentista sardo sia caduto nella trappola.
Si è trattato a mio giudizio di un clamoroso errore politico che non ha certo prodotto un cambiamento delle coscienze ma ha tirato acqua al mulino di chi si vuole servire della vicenda rifiuti per sferrare un attacco al presidente Soru, reo di aver colpito (penso sia un dato incontestabile) gli interessi di amici e amichetti italioti, pronti a tornare al potere per dare di nuovo il via alla pazza corsa verso il cemento il dissesto, l’inquinamento della nostra terra.
Un ruolo succoso è stato poi giocato dal sistema informazione con L’Unione Sarda e Videolina pronti a montare il caso inesistente con accenni talvolta comici: un compassato Valerio Vargiu ci dava in diretta dal Porto Canale di Cagliari la clamorosa notizia che “l’immondizia arrivata da Napoli, pensate amici, puzza terribilmente”…………Sic!
L’immondizia arrivata ieri al Porto Canale di Cagliari via Napoli è per intenderci inferiore al quantitativo prodotto dalla sola area metropolitana di Cagliari in un solo giorno, e tutti ne parlano come del nuovo disastro ecologico sardo.
E tutto questo gridare allo scandalo viene fatto non nell’incontaminato Trentino o nella Valle d’Aosta, ma nella regione italiana che vanta alcune tra le aree industriali più inquinate d’italia (vedi Portovesme), le servitù militari che inquinano e strappano il territorio al popolo sardo!
Ce ne sarebbero energie da impiegare, altro che una nave di rifiuti!
Gli indipendentisti hanno avuto l’onestà di ammettere che il problema era più che altro di natura simbolica che sostanziale ( a differenza del povero Vargiu realmente convinto che saremo sommersi da s’aliga! AIUTIAMOLO…).
Ma proprio qui sta secondo me un problema di natura politica e culturale gigantesco:
finchè continueremo a fare questioni di onore, dignità, principio rischieremo di rafforzare l’idea di chi pensa che la sardità sia un fatto esistenziale, personale piu’ che un fatto sostanziale materiale che potrà anche diventare realtà politica.
Non è questione di sottomissione allo Stato italiano l’aver accolto i rifiuti della regione Campania, è questione di solidarietà tra popoli, tra noi e le persone che materialmente vivono a Napoli e in Campania, che in questi giorni non possono uscire di casa, mandare i figli a scuola.
Un popolo che non ha colpa della propria condizione ma che subisce e ha subito un umiliazione da parte della classe dirigente politica, della Camorra, delle imprese lombarde che per anni hanno scaricato i loro rifiuti in Campania ( Leggere Saviano).
La disponibilità della Sardegna non risolverà la situazione ma non sarà neanche la nuova Chernobyl.
Qualcuno rassicuri Valerio Vargiu, per favore.


Friday, October 05, 2007

OTTOBRE ROSSO


Voglio un piano quinquennale.
Uno per i nostri amici nostalgici.
L’altro per me.
Voglio una bussola per orientarmi nel marasma in cui stiamo annegando.
Un mese di tregua.
Per resistere alle mezze verità e alle bugie tutteintere.
Tutto garantito, protetto, deciso, votato e istruito: rapporti umani, amorosi , economici e feudali.
Non voglio più decidere, voglio istigare.
Voglio l’istigazione ad agitare.
Datemi la licenza.
E fare resistenza ai malanni, agli scazzi, a vigili e agenti di ogni sorta.
Voglio la libertà non vigilata.
Il sostegno totale.
E accarezzare, senza mai doverlo chiedere, senza mai pretendere nulla in cambio.
Un analisi transazionale senza ritardi.
Un mese di tregua.
Datemi un po’ di …
Datemi un po’ di …

Sunday, September 16, 2007

IMPRESSIONI DI SETTEMBRE


Si rischia di fare una brutta figura quando si inizia a pensare male delle cose.

Il pensiero doppio, triplo, il dire e non dire, una cosa, e pensare a un altra.

Le sue labbra carnose e il suo imbarazzo.

Il suo dire e il tuo dire.

Il pensiero portato altrove, stanco, esausto. Il pensiero muto e cangiante.

Chiedere una cosa e voler sapere tutt'altro.

La mente di quei cuccioli di uomo ignari e danzanti sui loro ventanni.

Tuttoattaccato, che non importano le virgole o i finali di cifra.

Sono rimasti così, a parlare, quando tu eri sempre stato altrove.

Un astronave senza più nessuna vergogna, fiera e ridente di se stessa.

Gli occhi stanchi e tutto il resto.

Poi sarà tutto come prima.

Dopo, sarà tutto come prima.

Ovvero, tutto normalmente diverso da come è sempre stato.


Friday, August 17, 2007

UNDER MY THUMB


Se rimaniamo insieme potremo anche volare

potremo attraversare questo mare

se rimaniamo insieme nelle diversità insieme scopriremo la nostra unicità

se noi si resta insieme saremo la continuità

se rimaniamo insieme sarà vera libertà

per la vita che verrà tu non sarai mai sola

se rimaniamo insieme se ci diciamo tutto

se insieme seminiamo insieme coglieremo il frutto

se noi si resta insieme sarà una meraviglia

se rimaniamo insieme saremo una famiglia

per la vita che verrà tu non sarai mai sola sotto questo cielo

io non sarò mai sono sotto questo cielo

noi rimarremo insieme se noi ci capiremo

se ci perdoneremo gli sbagli che faremo

noi rimarremo insieme se avremo volontà

se riusciremo insieme a darci libertà

per la vita che verrà per la vita che verrà tu non sarai mai sola sotto questo cielo

io non sarò mai solo, sotto questo cielo

per la vita che verrà tu non sarai mai sola, MAI !

Tuesday, August 14, 2007

L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA


Meglio tacere quando non si ha nulla da dire.

Percui: buon ferragosto a tutti.

Sunday, June 24, 2007

PIANGERE, RIDERE, SORRIDERE, RIDERE ANCORA


C'è da essere contenti e rassicurati se nell' angolo della tua terra, periferia del paese, periferia dell'europa (o centro?) , un manipolo di giovani ragazzi capisce che in fondo quei suoni, quelle melodie , quelle sensazioni sulla pelle che altri ragazzi in altre periferie (o centri?) dell'europa e del mondo provano o hanno provato, sono gli stessi e le stesse e cercano di esprimerle.

Si chiama "Happy boys Cry Loud" il nuovo lavoro licenziato dall'etichetta sarda Here I Stay Records. Protagonisti i "June".

Periferie, dicevamo, e non è un caso che il primo nome che, per attitudine e vicinanza dal punto di vista formale,viene alla mente ascoltando questo lavoro sia quello dei"Belle&Sebastian"dalla Scozia, altra periferia (o centro?) del paese e dell'europa. I grandi spazi verdi della Scozia, il mare e la campagna sarda.

E proprio nella campagna sarda, in uno scenario a dir poco suggestivo, si è tenuto il concerto di presentazione del disco.

Cosi come su disco anche dal vivo i June stupiscono in particolare per l'eccezionale cura dei suoni (cosa non scontata e fortemente voluta) e per la raffinatezza delle soluzioni armoniche.

Se si vuole trovare un difetto a questo lavoro va piuttosto ricercato nell'effetto "già sentito" di alcuni pezzi, ma è tutto così curato e "sentito" profondamente dalla band che divertirsi a cercarne i riferimenti è un operazione piacevole più che fastidiosa.

Quelli da noi riscontrati sono: belle&sebastian (come detto sopra); la west cost americana degli anni '60: e quindi beach boys e love;l'indie pop del decennio scorso: pavement su tutti.

Tra i pezzi spiccano a nostro parere: "coffee tables" ," come from the cold"( con una parte di piano da urlo) "september"e "dora".

I june sono la dimostrazione mostrata che, se si vuole, determinazione e passione riescono a produrre un sogno, sotto forma di cd, in Sardegna come in Scozia, a NY come nel Salento.

Perchè i ragazzi allegri piangono forte ma sanno anche ridere, far sorridere e amare.

Bravi, bene,bis.


Friday, May 18, 2007

CIAO BUONA



Ma che vuoi che ti dica caro?


Sono un uomo impegnato, stravagante, non mi puoi imbrigliare in schemi che mi soffochino, mettiti pure nei miei panni, ma che vuoi che te dica?
Non ho tempo, te l'ho detto, se no che te credi che me metto a fa lo straccione della situazione...

Ad un certo punto... ma fattelo da te no?


Ciao caro, a presto, e tante cose! E salutame tanto la tua signora che è tanto simpatica, con rispetto parlando.


CIAO BUONA.