
Si chiama “Stanze tirate a lucido” l’ultima fatica della compagnia “Lucido Sottile”, in “mostra” all’interno dello spazio museale “EXMA” di Cagliari, tuttigiorni esclusoilunedì, fino all’otto di Luglio.
Una mostra che non è una mostra.
Un installazione che non è un installazione.
E non soddisfa la definizione di teatro.
Un viaggio invece.
Un viaggio attraverso gli inferi del proprio spazio privato.
Sette stanze come sette ritratti di altrettante esistenze.
Sette è un numero che fa pensare alla numerologia sacra.
La concezione che muove questo viaggio in qualche modo pensa agli ambienti come a sette gironi danteschi:tutti rappresentanti a loro modo di un “peccato” di vivere, inteso in una concezione psicologica di perversione esistenziale più che religiosa o morale.
C’è infatti qualcosa di Dantesco in questo viaggio, un Caronte grottesco che ha le sembianze di un improbabile cameriera guida lo spettatore e ne è in qualche modo il tutore.
Esso è anche il medium ce ci permette di avviare la connessione alle stanze, modem grottesco e surreale.
Una riflessione che gioca sul dualismo privato-segreto e pubblico-visibile attraverso una riflessione sul social network..
Gli spazi sono costruiti come pagine di myspace: irrisolti, ambigui, gli allestimenti celano una verità che la performance svela.
Non c’è verità negli allestimenti, perché la vita è più reale degli oggetti che contiene.
Gli strumenti espressivi, i linguaggi si confrontano, si scontrano, si contraddicono:c’è la musica, l’arte applicata, il design, la danza, la performance teatrale in un lavoro corale che ha coinvolto un numero considerevole di artisti provenienti dalle più disparate esperienze.
Questo lavoro a più livelli esprime tra l’altro la dimensione di un villaggio globale dove tutti siamo parte del discorso artistico anche per il solo fatto di esistere e operare.
La volontà di sfruttare una dinamica situazionista appare chiara almeno quanto i giudizi contrastanti che si possono raccogliere nei dibattiti a capannelli che si istruiscono appena ci si riappropria dell’aria del giardino: molto prevedibili, molto coinvolgenti, molta gazzosa, molto figo.
Le Nostre, che pare non amino le mezze misure, pensiamo abbiano raggiunto un obiettivo già di per sé considerevole in una città che ha bisogno di un vero dibattito culturale almeno quanto ha bisogno dell’aria di mare nei polmoni per non morire di asma e di noia.
Alla fine si esce (passandoci attraverso) da una vagina (insanguinata?), nel senso letterale di una figa (insanguinata?) e nel senso più metaforico di sublimazione dell’atto artistico ormai consumato, con dolore, la connessione madre, l’atto di creazione per eccellenza.
Insomma si va per vedere ma alla fine si finisce sempre per fottere.
Solo che questa volta fa un po' male e ci si perde la verginità.
Una mostra che non è una mostra.
Un installazione che non è un installazione.
E non soddisfa la definizione di teatro.
Un viaggio invece.
Un viaggio attraverso gli inferi del proprio spazio privato.
Sette stanze come sette ritratti di altrettante esistenze.
Sette è un numero che fa pensare alla numerologia sacra.
La concezione che muove questo viaggio in qualche modo pensa agli ambienti come a sette gironi danteschi:tutti rappresentanti a loro modo di un “peccato” di vivere, inteso in una concezione psicologica di perversione esistenziale più che religiosa o morale.
C’è infatti qualcosa di Dantesco in questo viaggio, un Caronte grottesco che ha le sembianze di un improbabile cameriera guida lo spettatore e ne è in qualche modo il tutore.
Esso è anche il medium ce ci permette di avviare la connessione alle stanze, modem grottesco e surreale.
Una riflessione che gioca sul dualismo privato-segreto e pubblico-visibile attraverso una riflessione sul social network..
Gli spazi sono costruiti come pagine di myspace: irrisolti, ambigui, gli allestimenti celano una verità che la performance svela.
Non c’è verità negli allestimenti, perché la vita è più reale degli oggetti che contiene.
Gli strumenti espressivi, i linguaggi si confrontano, si scontrano, si contraddicono:c’è la musica, l’arte applicata, il design, la danza, la performance teatrale in un lavoro corale che ha coinvolto un numero considerevole di artisti provenienti dalle più disparate esperienze.
Questo lavoro a più livelli esprime tra l’altro la dimensione di un villaggio globale dove tutti siamo parte del discorso artistico anche per il solo fatto di esistere e operare.
La volontà di sfruttare una dinamica situazionista appare chiara almeno quanto i giudizi contrastanti che si possono raccogliere nei dibattiti a capannelli che si istruiscono appena ci si riappropria dell’aria del giardino: molto prevedibili, molto coinvolgenti, molta gazzosa, molto figo.
Le Nostre, che pare non amino le mezze misure, pensiamo abbiano raggiunto un obiettivo già di per sé considerevole in una città che ha bisogno di un vero dibattito culturale almeno quanto ha bisogno dell’aria di mare nei polmoni per non morire di asma e di noia.
Alla fine si esce (passandoci attraverso) da una vagina (insanguinata?), nel senso letterale di una figa (insanguinata?) e nel senso più metaforico di sublimazione dell’atto artistico ormai consumato, con dolore, la connessione madre, l’atto di creazione per eccellenza.
Insomma si va per vedere ma alla fine si finisce sempre per fottere.
Solo che questa volta fa un po' male e ci si perde la verginità.
1 comment:
Che meraviglia!
Grazie.
La grandezza dell'arte stà nella libertà di chi guarda, e di chi ne parla...
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